Specialty Finance Challenger Banks in Italy: le nicchie sono il segmento più interessante del FinTech

Lo rivela uno studio di PwC: le società che si occupano di credito specializzato a imprese e famiglie mostrano strutture di redditività superiore (ROE) rispetto alle banche tradizionali. E l’evoluzione verso modelli di specializzazione può essere un’opportunità per nuovi player e per percorsi di trasformazione delle banche tradizionali

La capacità di servire le nicchie nel mondo finanziario è un vantaggio competitivo. Ne abbiamo parlato più volte (per esempio qui), ma stavolta l’affermazione arriva da una fonte terza e certamente autorevole. Parliamo di PwC che nell’aggiornamento del suo Osservatorio permanente per monitorare le evoluzioni dei modelli di business del sistema bancario definisce la specialty finance uno “tra gli ambiti più interessanti nei percorsi di trasformazione”.

Il report a cui facciamo riferimento si intitola “Specialty Finance – Challengers Banks in Italy”e al suo fulcro c’è una domanda: ovvero se le challenger banks, le banche che operano in segmenti specializzati del credito con modelli distributivi basati su canali alternativi (digitali e terze parti) e piattaforme operative digitali e flessibili stiano ridefinendo il panorama del lending.

La risposta è ovviamente affermativa. La riportiamo a sostegno di quelle che sono da sempre le tesi di BorsadelCredito.it che con l’esperienza sul campo e attraverso le colonne di questo blog tenta di testimoniare questo cambiamento di paradigma in corso. A spingerlo, secondo PwC, sono innanzitutto fattori esogeni: rivoluzione digitale, cambiamento nei comportamenti della clientela ed evoluzione regolamentare stanno portando a una rivoluzione nel sistema finanziario e bancario, con nuovi player pronti a cogliere l’opportunità di entrare in un sistema che ancora oggi si basa molto su modelli tradizionali.

Tuttavia, prosegue PwC, esistono spazi di mercato e segmenti di clientela non serviti in modo ottimale dagli operatori esistenti e dove la forte specializzazione può essere fonte di vantaggio competitivo. Uno degli ambiti a maggiore attrattività è lo specialty finance, inteso come credito specializzato alle imprese (SME lending, working capital management, factoring e leasing, corporate finance, restructuring), e alle famiglie (i diversi segmenti del credito al consumo, in particolare con i prodotti/servizi mirati su specifiche nicchie, ad esempio la cessione del quinto, il credito su pegno, il finanziamento del trattamento di fine servizio).

In particolare le PMI sono state, nel corso dell’ultimo decennio, ampiamente sotto-servite dalle banche e il problema del loro difficile accesso al credito è stato considerate in maniera marginale, finché le FinTech non sono entrate portando la disruption nel settore. In Italia questa rivoluzione è stata amplificata dalla consistenza del tessuto delle PMI: nel 2017 erano ben 148.500, di cui l’83% piccole e il 17% medie, secondo PwC. “Impiegano oltre 4 milioni di lavoratori e generano un fatturato di 886 miliardi di euro, con un valore aggiunto di 212 miliardi, vicino al 12,6% del PIL totale. La crescita è stata il trend del 2018: la consistenza delle PMI è aumentata del 2,9% (con la creazione di circa 3mila nuove imprese)… dotate di finanza sostenibile e tassi di investimento in crescita”.

Dal punto di vista dei finanziamenti, il fabbisogno è superiore ai 180 miliardi di euro, di cui 50 miliardi in piccoli ticket per le microimprese. Ma il credito tradizionale è dominato da società di media dimensione, mentre le aziende più piccole hanno mostrato una crescita del funding stagnante. “Il tradizionale modello di banking fa fatica a servire le piccole aziende anche se hanno business solidi (i prestiti sotto i 50mila euro non fanno margine)”, scrive PwC che rileva dunque da un lato la difficoltà delle microimprese di accedere ai prestiti bancari, dall’altro la nascita, negli ultimi due anni, di partner di specialty finance o FinTech “che hanno dato vita a un nuovo ecosistema focalizzato sulle PMI, la cui dipendenza dalle banche sta scemando: nel 2017, il 40,8% si è completamente autofinanziata senza far ricorso al debito bancario”.

Gli operatori che si sono inseriti in questo mercato nuovo hanno diversa veste regolamentare (società finanziarie ex art 106, istituti di pagamento o società di servizi): e se con “challenger banks” si sono identificati in maniera generalizzata i nuovi soggetti specializzati con modelli differenziati rispetto alle banche tradizionali, PwC concentra l’attenzione invece proprio su questi gestori di nicchia, che definisce “specialty finance challenger banks”, ovvero “le banche che operano in segmenti specializzati del credito, con modelli distributivi basati su canali alternativi (digitali e terze parti) e piattaforme operative digitali e flessibili”.

Perché sono destinate a superare le banche tradizionali? Una ragione è legata alla domanda dei Millennial che vanno sempre più verso servizi digitali e chiedono un’offerta addizionale di servizi e prodotti. La tecnologia, in particolare le piattaforme di open banking, abilita la modularità e l’integrazione tra sistemi, dentro e tra le società.

In Italia, tra il 2012 e il 2017, “il numero di banche è diminuito del 24% e quello di filiali del 17%: 8 noti istituti di credito con asset totali di 120 miliardi di euro sono stati risolte negli ultimi 12-18 mesi; i clienti attivi sui canali digitali sono 19 milioni e seguendo il regolamento sull’Intermediario Unico, le società finanziarie si sono ridotte da 530 a 150”.

La seconda motivazione è che gli operatori – sia italiani sia internazionali – che adottano un modello specializzato mostrano strutture di redditività superiore (ROE) rispetto alle banche tradizionali, grazie a maggiori ritorni sugli asset, cost/income e costo del rischio più bassi. In particolare, basandosi sui dati 2018, si evince che sono le specialty finance banks italiane quelle con il ROE più elevato (23%, contro il 4% delle banche tradizionali domestiche e il 15% delle challenger banks europee). Il net income sugli asset è dell’1,5% per le specialty contro lo 0,3% delle banche tradizionali. Il cost/income rispettivamente del 45% contro il 59% e il costo del rischio di 23 punti base contro i 72 delle banche tradizionali. Per tutti i parametri le specialty finance banks italiane fanno meglio anche delle omologhe europee.

Dunque, l’evoluzione verso modelli di specializzazione può essere un’opportunità sia per i nuovi entrati nel mercato finanziario/bancario italiano sia per percorsi di trasformazione delle banche tradizionali, alla ricerca di maggiore redditività. E infine, avverte PwC “specializzato non significa piccolo”. La crescita e la trasformazione organica rischiano di essere troppo lenta rispetto ai cambiamenti in corso: “è tempo di accelerare le business combinations tra banche, società finanziarie specializzate e Fintech”. Specializzazione e collaborazione: le parole d’ordine della finanza continuano a essere queste, sempre più accreditate mese dopo mese.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Tweet
Condividi
Condividi