Brexit: il FinTech non è pronto a uno scenario no-deal ma, paradossalmente, potrebbe beneficiarne

Uscita ordinata o rottura, non importa, ciò che conta sarebbe avere una decisione (che abbatta l’incertezza, nemica giurata dell’imprese). E mentre la finanza tradizionale abbandona la City, il FinTech potrebbe rafforzarsi. Vi spieghiamo perché

Sembra la replica di quello che è accaduto qualche mese fa con Theresa May il tira e molla di questi giorni sulla Brexit. Il governo di Boris Johnson aveva raggiunto una nuova intesa con Bruxelles, poi il no del Parlamento, la proposta di rivotare (rimandata al mittente) e ora un nuovo flop del premier britannico: con il voto di ieri sera il Parlamento ha trovato per la prima volta un accordo di principio con l’UE, ma non ha approvato la richiesta di Boris Johnson di finalizzare l’uscita il 31 ottobre, chiedendo l’ennesima proroga di tre mesi, fino al 31 gennaio 2020. E intanto l’incertezza mette in crisi le imprese a spese dell’economia.

Cosa succederebbe se l’Unione Europea non concedesse il rinvio della Brexit e il Regno Unito uscisse dall’Unione il 31 ottobre? Per il FinTech qualche nuvola si addenserebbe all’orizzonte, se è vero che appena il 22% delle startup del settore nella City a settembre dichiaravano di essere preparate a una rottura senza accordi. Il resto non aveva alcun piano al riguardo, mentre il 55% delle società FinTech si diceva pronta ad affrontare un periodo di transizione in caso di uscita ordinata. Il sondaggio, condotto da Innovate Finance, associazione di categorie del FinTech britannico rivelava anche che i due terzi delle rispondenti ritenessero la Brexit un rischio puro, senza nessun possibile beneficio per il business.

La perdita del passaporto europeo, la fine delle transazioni cross border e della possibilità di servire clienti dell’UE oltre al timore di non riuscire più ad attrarre talenti, sono le maggiori preoccupazioni sollevate dalle startup.

Londra tuttavia è ancora in cima alla classifica dei FinTech Hub europei, seguita da Berlino, Parigi, Amsterdam e Barcellona, secondo la classifica redatta da EU Startups, ma quanto a lungo vi resterà?

Non è facile rispondere ma EU Startups rileva come 17 delle 50 Top FinTech internazionali abbiano ancora sede nella City e che negli ultimi tre anni i VC londinesi abbiamo raccolto più capitali di Francia e Germania insieme, mentre KPMG indica nella misura del 55% l’aumento dei finanziamenti alle FinTech britanniche dal 2015.

Ci sono tuttavia alcune ricerche che misurano l’effetto negativo della Brexit sul settore: per esempio un report di TheCityUK sottolinea la possibilità che il Regno Unito non riesca ad attingere come in passato alla platea di talenti internazionali (uno dei fattori alla base del successo del FinTech), mentre un rapporto di NewFinancial evidenzia massicci spostamenti dal Regno Unito all’EU.

Lo stesso  report identifica 275 aziende bancarie o finanziarie che hanno spostato (o lo faranno) business, staff, asset o sede legale fuori dall’UK per prepararsi alla Brexit.

Dublino è la destinataria a oggi dei maggiori ricollocamenti (circa 100) seguita da Lussemburgo (60), Parigi (41), Francoforte (40) e Amsterdam (32) in uno scenario multipolare, dove più di 40 aziende si sono dislocate in più di un centro finanziario dell’UE. Quanto alle masse, le banche di investimento hanno movimentato 800 miliardi di sterline in asset, gli asset manager più di 65 miliardi e le compagnie di assicurazione 35 miliardi.

Su questo punto tuttavia non vi è consenso tra gli esperti sul fatto che le FinTech lasceranno il Paese – come sta facendo la finanza tradizionale – a causa della Brexit, poiché alcuni credono che separarsi dall’UE attrarrà effettivamentepiù imprese FinTech nel Regno Unito: staremo a vedere.

Noi, per tirare le fila del discorso, proviamo a evidenziare pro e contro della Brexit per il FinTech locale (e non solo).

I Pro: il regime regolatorio in vigore nel Regno Unito prevede una serie di incentivi importanti al FinTech (come il Seed Enterprise Investment Scheme, che prevede uno sgravo fiscale iniziale del 50% sugli investimenti fino a 100.000 sterline). Una Brexit senza deal potrebbe accentuare questa tensione che mira a favorire l’innovazione, in quanto non sarebbe più necessario attendere e attenersi alle Direttive europee di riferimento.

A fare le spese dell’attuale tira e molla sulla Brexit è il settore finanziario che è anche il più importante per il Paese: nel breve termine le cose non potranno cambiare, ma nel lungo periodo è probabile che, per sostenere l’economia, si attuino riforme utili ad attrarre investimenti e imprese sul suolo britannico che potrebbe tornare a prosperare. Di un nuovo ambiente favorevole alle imprese potrebbe beneficiare grandemente il FinTech che finora appare in salute e continua a crescere. Almeno finché permarranno gli investimenti e sarà possibile attingere ai talenti tecnologici provenienti da tutto il mondo.

I Contro: è pur vero che la fine della mobilità – con l’introduzione di un sistema a punti per regolare l’immigrazione, di cui si è parlato in questi giorni – renderebbe più complesso reclutare talenti internazionali esperti di machine learning, intelligenza artificiale e blockchain. Un bel problema visto che un quinto delle competenze utilizzate dal FinTech britannico oggi proviene dall’UE. E proprio questa potrebbe essere una causa della fuga potenziale delle società all’estero.

L’incertezza che deriva dal continuo rimandare una decisione è probabilmente il problema più importante: perché crea sfiducia e scoraggia gli investimenti rendendo l’ambiente meno attrattivo per le imprese che vogliono fare affari e questo indipendentemente dal fatto che la questione si chiuda con un no deal o con un accordo. Ovviamente in assenza di accordi commerciali il Regno Unito smetterà di essere la porta di accesso del mondo all’Europa – creando occasioni per altri hub europei, non ultimo Milano (ne avevamo parlato qui). Noi, nel nostro piccolo, dal Sud d’Europa ci stiamo organizzando.

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