Le collaborazioni tra banche e FinTech? Sono scelte win-win, se si riesce ad andare oltre ai pregiudizi

I quattro miti da sfatare secondo Josh Siegel (CEO di StoneCastle Partners). Che valgono anche per l’Italia dove le collaborazioni sono appena iniziate ma rappresentano la via maestra per lo sviluppo futuro dei servizi finanziari

Sebbene la collaborazione tra banche e FinTech sembri essere un destino già scritto nel settore finanziario, circolano molte idee sbagliate intorno a queste alleanze. Idee che spesso sono un ostacolo alla realizzazione di qualunque genere di accordo. Ed è necessario superarle per gestire alcune differenze strutturali importanti, creando partnership dal maggior potenziale possibile per entrambe le parti.

Innanzitutto bisogna sfatare alcuni miti. Proviamo a farlo con l’aiuto di Josh Siegel, CEO di StoneCastle Partners, società di asset management e consulenza con sede a New York, nata per mettere in connessione gli investitori con l’industria bancaria (che vale 3 trilioni di dollari). Siegel ha individuato quattro miti che ostacolano le partnership tra FinTech e istituzioni finanziarie tradizionali. Parliamo di mercato USA ma, fatte le dovute differenze, senza dubbio questi miti (a un livello probabilmente amplificato) possono essere tranquillamente applicati anche all’Italia, dove il trend della collaborazione è appena iniziato.

Mito 1: le istituzioni finanziarie possono costruire in-house le proprie soluzioni digitali

La stragrande maggioranza delle istituzioni finanziarie tradizionali non ha al suo interno le competenze necessarie per costruire, lanciare e mantenere servizi di digital banking. Gli attori tradizionali spesso mancano di esperienza in design del prodotto, marketing digitale, customer experience. Al contrario, i player non bancari hanno costruito le loro aziende sulla ridefinizione di un’esperienza – e hanno iniziato con le persone e le competenze per farlo. Questo è un ottimo motivo per le banche per collaborare con le FinTech: ampliare il proprio business verso una fetta di mercato che non possono raggiungere senza design digitale.

Mito 2: le partnership assorbono tempo e risorse

La banca tradizionale che si interfaccia direttamente con una FinTech, tipicamente non ha in organico team dedicati alla gestione delle partnership. Ma ci sono soluzioni anche per questo problema: si chiamano intermediari e possono avere la forma di società di VC o di business angel che portano la propria capacità di parlare nel linguaggio delle banche alla banca e nel linguaggio delle FinTech alle FinTech.

Mito 3: esiste un gap culturale incolmabile tra istituzioni tradizionali e FinTech

Nessuna organizzazione può cambiare da un giorno all’altro. Ma ognuno, abbandonando la forza inerziale che lo domina, può apprendere qualcosa da un soggetto che gli è complementare.

Le FinTech possono imparare come essere compliant alle regole e come agire da attori riconosciuti in un mercato consolidato, oltre ad accedere ai database clienti che sono appannaggio delle sole banche. Da parte loro, queste ultime, possono abbracciare il futuro dei servizi finanziari e partecipare alla costruzione di prodotti innovativi.

Mito 4: le partnership con il FinTech non sono facili (meglio un consulente)

Molte banche tradizionali ritengono che venditori, consulenti o nuovi canali di distribuzione siano una soluzione più semplice di una partnership con una FinTech. Allora assumono un consulente dopo un lungo processo di due diligence, scelgono poi un fornitore di tecnologia e fanno un sito interattivo, che rispetti la corporate identity della banca. Un anno e un milione di euro dopo, hanno la loro versione digitale di ciò che già facevano. Nessun nuovo servizio, nessuna personalizzazione, nessuna customer experience di livello superiore. Certamente, affidarsi ed appoggiarsi a un partner FinTech per creare un’esperienza che sia totalmente digitale per i consumatori richiede un salto diverso, ma ripaga in termini di innovazione e possibilmente di migliori margini.

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