Decollano gli IFISA britannici in termini di raccolta, mentre l’Italia si appresta a lanciare i PIR 2.0

Se gli strumenti d’Oltremanica, garantiti ed esentasse, iniziano a raccogliere fiducia e capitali, i nostri piani di risparmio, seppure evoluti, lasciano ancora fuori dal radar il P2P lending.

Mentre l’Italia ha da poco definito i suoi PIR 2.0, introducendo l’obbligo di investire in Venture Capital (e lasciando ancora fuori il P2P lending), nel Regno Unito gli IFISA prendono il volo.

Gli investimenti medi negli Innovative Finance Individual Savings Account, aperti al retail nella primavera del 2016 a Londra e dintorni, grazie all’iniziativa dell’ex cancelliere George Osborne, sono aumentati del 30% nel 2018, dopo una partenza lenta.

I dati sono quelli di HMRC, dipartimento governativo britannico responsabile per la riscossione delle imposte, che rileva altresì una partenza lenta, dovuta a un collo di bottiglia normativo a causa del quale nell’anno fiscale 2016/17 solo 5 mila clienti avrebbero aperto un piano IFISA con un totale di 36 milioni di sterline in sottoscrizione. Nell’anno fiscale 2017/18 i sottoscrittori sarebbero aumentati a 31 mila per un valore di 290 milioni di sterline, un valore decuplicato.

Non è cresciuto solo il volume complessivo – dato atteso perché nel frattempo sono aumentate le piattaforme autorizzate a offrire i piani di risparmio alternativi – ma anche l’importo medio sottoscritto. Nell’ultimo anno fiscale l’investimento medio è cresciuto a 9.355 da 7.200 sterline (circa +30%).

Ma lo spazio di crescita è molto elevato, secondo AltFi che a fine 2017 aveva realizzato un sondaggio su 2 mila adulti britannici, scoprendo che i tre quarti non avevano mai sentito nominare questo prodotto di investimento alternativo, seppur esentasse e garantito dal governo. Eppure il 60% dei britannici conosce invece il P2P lending: solo uno su otto di quest’ultimo gruppo di consumatori consapevoli ha investito in P2P lending, mentre uno su sei di quelli che si sono imbattuti in IFISA hanno investito in quel prodotto. L’età è un fattore chiave distintivo: il 15% dei 18-34enni investe in P2P e il 9% in IFISA; per i 35-54enni il tasso è, rispettivamente del 5% e del 3%. E sono impressionanti anche le differenze geografiche in termini di awareness: il 17% dei londinesi sa cosa sia un IFISA, contro il 12% di chi vive a Birminghan e il 10% di chi abita a Edimburgo. Ma nessuno ha mai sentito nominare il prodotto in Galles o nel Sud Ovest del Paese e più o meno il quadro è lo stesso anche nell’Inghilterra del Norde in Irlanda del Nord.

Il maggior tasso di conversione dalla consapevolezza all’adozione quando parliamo di IFISA è un’avvisaglia dell’attrattività di questi strumenti.

E l’Italia? Nel 2017 lancia i primi PIR, l’equivalente degli ISA britannici, per offrire al pubblico indistinto un portafoglio focalizzato per un minimo del 70% su società italiane, di cui il 30% non quotate su FTSE/MIB. Finora PMI e startup, quelle che ne avrebbero dovuto beneficiare maggiormente, sono state pressoché escluse dagli investimenti. Ma ora, con il provvedimento pubblicato dalla Gazzetta ufficiale a inizio maggio, si stabilisce che la quota del 70% debba essere investita per almeno il 5% in strumenti finanziari, “ammessi alle negoziazioni sui sistemi multilaterali di negoziazione, emessi da PMI ammissibili e per almeno il 5% in quote o azioni di Fondi per il Venture Capital, o di Fondi di fondi per il Venture Capital”.

Dunque, i Piani di Risparmio costituiti a partire dal primo gennaio 2019 devono, senza gradualità, vincolare una quota pari al 3,5% dell’ammontare complessivo in quote o azioni di Fondi per il Venture Capital o di Fondi di fondi per il Venture Capital – si tratta di circa 700 milioni di euro su una raccolta complessiva che a oggi è di 20 miliardi. Una buona notizia per il mondo delle startup e dell’innovazione. Ma a restare escluse, ancora una volta, sono le PMI consolidate, micro e piccole, già fuori dai radar delle banche e dalla Borsa, che sono il cliente privilegiato del P2P lending.

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