Il Desi boccia gli italiani (e gli europei) sulle competenze digitali: è tempo di reagire

L’Italia è ultima sui 28 Paesi membri nella classifica che misura la sua preparazione digitale e quartultima nell’indice generale (salvata dalla diffusione del 5G). Il FinTech può svolgere un ruolo di ariete nella transizione al digitale, soprattutto per le imprese: se non ora quando? 

C’è un dato, in questi giorni passato sottotraccia, superato dalla comunicazione su Covid e piano Colao per il rilancio. Un dato che dovrebbe invece occupare le agende e le prime pagine in maniera permanente: è l’aggiornamento del Desi che misura il livello di alfabetizzazione digitale nell’UE che conta 28 Paesi membri nel 2020.

Ebbene, l’Italia si colloca al 25esimo posto, in peggioramento rispetto al 24esimo del 2019 e fanno peggio di noi solo Romania, Grecia e Bulgaria. Ma, ciò che è peggio, è che siamo ultimi nella graduatoria che misura il valore del capitale umano: le competenze digitali.  

In compenso, siamo al terzo posto sul fronte della preparazione al 5G, sulla scorta del fatto che sono state assegnate tutte le bande e lanciati i primi servizi commerciali. Ma, viene da chiedersi, cosa ci facciamo con le più avanzate tecnologie se non sappiamo usarle? Il Desi in realtà non ci boccia su tutta la linea: a guardare nel dettaglio, non solo siamo pronti alla rete di quinta generazione, ma siamo in una posizione relativamente alta nell’offerta di servizi di egovernment, per esempio, ma è un’offerta scarsamente utilizzata. Analogamente, le imprese italiane presentano ritardi nell’utilizzo di tecnologie come il cloud e i big data, così come per quanto riguarda l’adozione del commercio elettronico. 

Mancano specialisti del settore ITC 

Quello che proprio manca e ci tira giù nella classifica generale sono le competenze: agli italiani mancano sia quelle di base sia quelle avanzate, e anche il numero di specialisti e laureati nel settore ITC è molto al di sotto della media UE. Che è già bassa: nel 2019 le digital skill di base le possedeva il 58% della popolazione dell’Unione (rispetto al 55% del 2015) e anche se nel 2018 il numero di specialist e laureati in ITC era di 9,1 milioni, ovvero 1,6 milioni in più rispetto a quattro anni prima, il 64% delle grandi imprese e il 56% delle PMI che hanno assunto tecnici nel corso dell’anno hanno detto che si è trattato di un’impresa ardua. Infine, persiste un forte gender gap: solo un laureato su sei in ITC è femmina.  

Queste carenze in termini di competenze digitali si riflettono nel modesto utilizzo dei servizi online, e nel fatto che solo il 74% degli italiani usi abitualmente Internet

Siamo ultimi tra gli ultimi, in un’Europa che già non brilla e sembra tagliata fuori dalla battaglia per la supremazia digitale che vede impegnate Usa e Cina: la prima ancora leader nell’hardware, la seconda che guadagna posizioni nel digitale e conquista pezzi di Occidente a partire dai social come TikTok (che è molto più che un fenomeno di costume per ragazzini) e di ecommerce (con Alibaba che ha chiuso l’anno fiscale 2020 a marzo con un fatturato di 1.300 miliardi di dollari). 

Il FinTech come apripista verso la digitalizzazione 

E non è la nostra una posizione invidiabile come Paese in un momento storico che ci ha insegnato, a caro prezzo, quanto sia importante poter continuare a lavorare e vivere in remoto. E questa possibilità la offre solo il digitale. È un tema antico, che l’Italia dibatte da anni, ma in cui pare in fondo non si riesca ad andare oltre il dibattito. E invece è il momento di spingere sull’acceleratore e il FinTech di cui BorsadelCredito.it si fa portavoce può fare da apripista in quello che appare essere un momento cruciale. Secondo gli ultimi dati disponibili di sistema abbiamo portato liquidità alle imprese per oltre 1,5 miliardi di euro, tra P2P lending e invoice trading e possiamo essere, come avviene in realtà più evolute, per esempio la Gran Bretagna, un riferimento per le PMI che le banche non riescono, ormai da anni, a servire – per un tema di costi e di incidenza sui parametri patrimoniali.  

Non è più tempo di attesa: è il momento di spingere l’acceleratore su un tema che, ancora di più con la pandemia e con il rischio che si ripresenti, può fare la differenza tra vita o morte delle imprese. Solo chi è digitale oggi sopravvive.  

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