Panico nel P2P lending cinese, ma non è la caduta dell’Impero

Il governo ha scelto una via brusca per rendere il mercato più efficiente e meno rischioso: inasprire le regole (che prima praticamente non c’erano) d’emblée. Ora gli analisti attendono la chiusura del 90% delle 2mila piattaforme locali. E dopo, un mercato più sano. Ecco perché l’Italia non corre lo stesso rischio  

La Cina del P2P lending ha iniziato a colare a picco a giugno. Panico agli sportelli virtuali delle piattaforme, titoli in discesa verticale in Borsa, fallimenti su fallimenti (118 a luglio e 57 a giugno, secondo i numeri raccolti da Bloomberg). Tra le società in crisi, figurano i nomi del gigante Qian88.com e di Lqgapp.com (che però ha dichiarato che tenterà di rimborsare i suoi 220mila clienti dei loro 5 miliardi di yuan in tre anni). E Jinyinmao, che ha avvisato all’improvviso i clienti di aver sperimentato un deflusso significativo di fondi da parte degli investitori, mentre i richiedenti “hanno perso l’intenzione o l’abilità di ripagare i prestiti con un enorme impatto sull’operatività e drenando la liquidità”.
A catena, questo panico si è diffuso causando una corsa al ritiro delle somme prestate sulle piattaforme ancora in attività (e potenzialmente anche sane). Un effetto emotivo impossibile da evitare. Panico che si è riversato anche in Borsa: sul Nasdaq PPDAI Group e Yirendai hanno subìto da inizio anno a fine luglio un calo rispettivamente del 38% e del 53%. L’effetto domino, tuttavia si è limitato alle piattaforme (soprattutto a quelle piccole), e non ci sono evidenze che altri settori della finanza locale siano stati colpiti.

Ma cosa è successo? Nulla di cui, da questa parte del mondo, ci si debba preoccupare. Per tutta una serie di motivi che BorsadelCredito.it vuole spiegare. Il primo, e più importante, è che la Cina ha creato il suo marketplace dei prestiti tra pari in un mercato senza regole, in cui non esisteva, per dire, neppure un registro formale delle piattaforme. Mentre l’Italia, ne abbiamo parlato di recente qui si è dotata di una serie di norme stringenti e sottopone le piattaforme che fanno attività diversa dalla raccolta del risparmio presso il pubblico a diversi livelli di vigilanza, in base alla forma giuridica. Dunque, da un lato la legge che disciplina, dall’altro Banca d’Italia, Consob e Oam che controllano che le regole siano rispettate.
La Cina ha liberalizzato il P2P lending nel 2015 e un anno dopo ha cercato di regolamentare il settore che nel frattempo era esploso in termini di volumi. L’obiettivo del governo era riuscire ad arrivare a un quadro normativo completo ad agosto 2017: in realtà i tempi si sono allungati di un anno almeno (e ancora le regole non sono sufficienti).

Secondo punto debole del Celeste Impero: le truffe. Proprio la totale mancanza di regole ha fatto sì che molti soggetti adottassero condotte illegali. Per evitarle, lo scorso dicembre il governo ha introdotto un processo di registrazione complesso, che dovrebbe contribuire a pulire il mercato da situazioni irregolari che attualmente consistono nel chiedere tassi di interesse ingenti e nell’offrire ritorni troppo elevati perché siano credibili e garantiti. Per non parlare dell’uso fraudolento dei fondi prestati, della variazione unilaterale delle scadenze e dei furti di identità per far figurare come richiedenti soggetti con un andamentale sano. Molte piattaforme sono finite sotto inchiesta e i dati relativi al blocco della loro operatività gonfiano le statistiche dei fallimenti estivi.

E, ancora, parliamo della Cina: un contesto abnorme, in cui 200 piattaforme che dichiarano bancarotta non sono la fine di tutto, ma ancora briciole. In totale le 2mila piattaforme di P2P Lending hanno 50 milioni di utenti registrati e un giro di 1,3 trilioni di yuan (195 miliardi di dollari). Una selezione naturale è quasi inevitabile per dare vita, finalmente, a un’industria sana che, secondo le stime degli analisti locali, dovrebbe essere formato da un decimo dei soggetti attuali, nel giro di tre anni. Meno operatori e volumi che riprenderanno a crescere, come le previsioni degli esperti del Peterson Institute for International Economics avevano rilevato già un anno fa.

Anche dietro le ragioni della crescita incontrollata del mercato ci sono alcune spiegazioni. Le ispezioni della banca centrale avevano rivelato già a metà 2013, quando il P2P lending locale era un decimo di oggi, che le piattaforme agivano come banche, ma nessuno voleva assumersi la responsabilità di quello che sarebbe successo scoperchiando il vaso di Pandora. Lo racconta Martin Chorzempa, ricercatore presso il Peterson Institute for International Economics, qui: la China Banking and Regulatory Commission (CBIRC) fu incaricata di dare vita a una politica ad hoc, e come prima mossa dichiarò le piattaforme “intermediari informativi che facilitano i prestiti tra privati”, e non intermediari finanziari che erogano direttamente i fondi. Ma l’implementazione e i dati sensibili erano ancora in mano ai governi locali, il che ha lasciato il settore in uno stato di impunità, provocando l’accumularsi di ritardi.
La scelta era allora tra misure graduali che tenessero aperti i rubinetti di credito, o un giro di vite che riducesse il rischio a lungo termine ma a un costo immediato e pesante. Proprio il panico degli investitori è stato decisivo: quando hanno iniziato a ritirare i fondi alimentando la girandola di fallimenti, i regolatori hanno annunciato alcune misure in risposta.
La National Internet Finance Association e le amministrazioni locali hanno annunciato a partire dal 22 agosto un sistema di auto-controllo in cui le piattaforme sono obbligate a segnalare i prestiti attivi e quelli in sofferenza.
Il giorno dopo il CBIRC ha rafforzato la task force, che si occuperà di contrastare la raccolta di fondi illegale comune nel P2P, ma resta ancora molto da fare. In particolare, sarà necessario infrangere la percezione che gli investimenti P2P siano “garantiti” (che peraltro esiste ancora anche per le gestioni patrimoniali).

Il P2P lending cinese ha avuto nei primi sei mesi del 2018 un rendimento medio del 10,2%, molto elevato. La regola aurea che a un rendimento alto corrisponda un rischio altrettanto elevato vale anche in Estremo Oriente, per quanto si cerchi di nasconderla. Ed è un fatto che ancora oggi il P2P lending cinese sia uno dei più rischiosi e meno regolamentati comparti del sistema di shadow-banking cinese, che vale 10 trilioni di dollari. Secondo la National Internet Finance Association of China i tassi di default per le piattaforme peggiori possono arrivare al 35% (e sono nulli invece per le best in class). Le regole sono ciò che potranno fare del P2P lending anche in Cina un canale alternativo per le PMI in cerca di fondi per la crescita. Senza regole, non c’è altro finale che l’implosione dei sistemi.

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