Perché è l’ora degli investimenti nell’economia reale

Nell’eterna battaglia tra finanza ed economia, è chiaro che è il momento di deporre le armi: Wall Street ha perso e ha senso solo se funziona da supporto a Main Street. La lezione delle crisi

Wall Street contro Main Street. Gli ultimi sei mesi, con il susseguirsi di eventi tragici, le perdite umane, i lockdown a catena, i valori delle Borse dimezzate, le stime di crollo del PIL globale pesantemente a doppia cifra, ci hanno riproiettato con forza in un mondo dove la finanza da sola non produce alcune valore. Era già successo, nel 2008, quando la bolla dei mutui insolvibili USA aveva spazzato via solo nel primo anno 26,4mila miliardi di dollari di capitalizzazione di Borsa e 4,7 miliardi di dollari di PIL.

Quella crisi era molto diversa da quella attuale, proprio perché promanava dalla finanza e dalla speculazione sul mercato immobiliare che le banche facevano concedendo i mutui a persone a elevato rischio di insolvenza. Una sorta di impalcatura senza fondamenta.

La crisi del 2020, è stato detto da molti osservatori, è più profonda e più difficile da superare perché impatta l’economia reale, ovvero industrie, esercizi commerciali, turismo, trasporti. È una crisi tangibile: dove crolla il palazzo, pur essendoci solide fondamenta.

Ricostruire il rapporto tra economia e finanza

Abbiamo avuto oltre un decennio per riflettere sui ruoli e i reciproci rapporti tra finanza ed economia: la prima dovrebbe essere subalterna e di servizio alla seconda. Non è più così: lo dimostra il fatto che sia diventata dominante e valga quattro volte l’economia reale. Un dato che da solo spiega che gran parte della finanza sia pura speculazione e non regga su basi solide.

In tempi più recenti stiamo assistendo però a un cambiamento di rotta, anche da parte degli investitori istituzionali, che guidano il trend. Sempre più successo riscuotono i private market, investimenti in asset reali, dalle infrastrutture al private equity al private debt, per sostenere i piani di sviluppo delle imprese.

Da sempre considerati investimenti rischiosi, i private market stanno attirando l’attenzione del mondo e, sdoganati dai fondi pensione (che per statuto devono puntare a investimenti prudenti, ma di lungo termine) diventano strumenti anche per il retail.

Capitolo PIR

Nel nostro Paese è stato fatto un grande battage intorno ai PIR – gli arcinoti piani individuali di risparmio che devono investire per almeno il 70% del portafoglio in società italiane, con la Legge di Bilancio 2020 arricchiti di una versione “alternativa” (che contempla investimenti in asset illiquidi, ovvero, sostanzialmente nel non quotato).

Ma anche a livello europeo, uno strumento come l’Eltif, che apre al retail gli investimenti nell’economia reale, con uno strumento facile e accessibile come un fondo comune di investimento. Un altro conto è poi però quanto siano efficaci. Abbiamo più volte espresso perplessità sul reale impatto di strumenti che puntano all’economia reale sulla carta, ma di fatto poi escludono una fetta rilevante, limitandosi al solo quotato, che in Italia, come noto, è dominato dal settore bancario assicurativo (che pesa per il 30%, contro il 14% dell’industria in un Paese a fortissima connotazione manifatturiera). I PIR alternativi hanno in parte rimosso questo limite, ma siamo convinti che piacciano sì per il loro contenuto impacting ma anche e soprattutto perché consentono a chi vi investe di godere dell’esenzione fiscale sui guadagni.

Gli altri canali di accesso all’economia reale e il fattore del rendimento

Oggi le possibilità di investire sull’economia reale si sono ampliate. Dai minibond, al crowdfunding, al crowdinvesting, i canali di accesso ad asset tangibili si moltiplicano. E anche in questo caso gli investitori istituzionali stanno rotando i portafogli per includere una quota di “realtà” al loro interno, attratti anch’essi dall’elevato contenuto “umanistico” di questo genere di scelta – perché investendo si finanziano attività che contribuiscono al benessere di persone fisiche. E attratti anche dall’aspetto del rendimento: che arriva solo se si adotta un approccio paziente e se la finanza si connette all’economia, in un mondo che sarà sempre più a tassi zero. Dove cioè i bond hanno un costo e le azioni, in un contesto dove non manca la possibilità di ottenere alpha anche consistenti, rappresentano un rischio elevatissimo a causa della volatilità estrema esacerbata dall’incertezza (che aumenta con l’avvicinarsi dell’autunno). 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Tweet
Condividi
Condividi