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PIR: senza il P2P lending rischiano di essere un grande bluff

Nuovi vincoli di investimento: un 3% del paniere deve andare a società quotate su Aim e una quota identica al VC. Ma mancano i decreti attuativi e il mercato è bloccato. Mentre emergono i punti deboli dello strumento, sempre orfano del FinTech

“La beffa dei PIR: con la Borsa in rosso sfuma il beneficio fiscale” (Business Insider, 10 ottobre 2018). “I piani individuali di risparmio scricchiolano” (Il Foglio, 26 novembre 2018). “PIR nel caos: bloccati i nuovi investimenti” (Il Sole 24 Ore, 11 gennaio 2019). Sono solo tre titoli recenti della stampa mainstream che gettano qualche ombra su una asset class salutata alla sua inaugurazione, a inizio 2017, come un’architettura finanziaria senza precedenti in termini di innovazione e dal futuro senza dubbio luminoso.

PEER: il PIR di BorsadelCredito.it, si presta senza l’impatto delle tasse

In attesa che chi legifera equipari dal punto di vista del trattamento fiscale gli strumenti di investimento FinTech a quelli tradizionali, BorsadelCredito.it ha deciso di anticipare i tempi e dare vita al suo personale PIR. Si scrive PEER e si legge seguendo le regole della fonetica inglese, perché ispirati dal modello inglese degli Ifisa. Gli Ifisa sono i piani individuali di risparmio britannici: in tutto simili a quelli italiani, ma con in più la possibilità di introdurre nel paniere strumenti Fintech, che sono esentasse come il resto del portafoglio.

Perché i PIR hanno bisogno del Fintech

Cosa sono i PIR? Piani individuali di risparmio, lanciati in Italia a inizio 2017: panieri di investimento che, almeno sulla carta, puntano sull’economia reale. Da inizio anno hanno raccolto, secondo le stime, 10 miliardi di euro, compiendo il percorso atteso per un quinquennio. Un vero e proprio boom, che dovrebbe far riflettere e che rafforza in noi l’idea che siano monchi, se non accolgono al loro interno forme di investimento alternativo come il P2P lending, cosa che peraltro avviene in mercati più evoluti come quello del Regno Unito. Proviamo a spiegarvi perché è così, dal nostro punto di vista. E lo facciamo dalla stessa definizione di PIR.

Le tasse che impediscono al P2P lending di spiccare il volo (suggerimenti per il legislatore)

Investire nell’economia reale è di gran moda… quantomeno a parole.

Lo dimostra la raccolta monstre dei PIR, i piani individuali di risparmio che contengono al loro interno per almeno il 70% azioni e obbligazioni di società quotate o non quotate con stabile organizzazione in Italia e per almeno il 21% titoli di aziende che sono fuori dal Ftse/Mib (non i soliti noti, insomma). Le proiezioni basate sul percorso compiuto da questi prodotti nei primi mesi di vita mostrano un incasso di dieci miliardi solo nel 2017, contro aspettative iniziali di raggiungere quella cifra in cinque anni.