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Spread, referendum, banche: un’occasione per il social lending

Ecco perché se le banche soffrono non finanziano le pmi, che possono rivolgersi a canali alternativi

Spread, guarda un po’ chi si rivede! Negli ultimi giorni il differenziale dei rendimenti tra titoli di Stato italiani e Bund tedeschi ha toccato quota 185 punti e non è remota l’ipotesi che si arrivi, velocemente, a 200. Lo hanno detto analisti ed esperti di economia, preconizzando conseguenze nefaste per il nostro Paese, al partire dal sistema bancario, il più fragile d’Europa e probabilmente del mondo.

Proviamo a capire qualcosa di più del legame tra referendum e spread e banche e mercati.

Lo spread è una misura di quanto il mercato percepisca rischioso un evento, in questo caso un Paese confrontato con un riferimento, che nel caso dell’Europa è costituito dalla Germania. E, inevitabilmente, l’incertezza sull’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre viene additata come la principale responsabile di questo movimento. In realtà a ben guardare, il movimento al rialzo delle obbligazioni non si è limitato al nostro Paese ma ha coinvolto tutto il mondo, in particolare subito dopo l’elezione di Donald Trump. Sarebbe stata proprio l’elezione a sorpresa del tycoon alle presidenziali Usa a esacerbare un rialzo già iniziato a causa delle aspettative di ritorno dell’inflazione e di un’inversione di marcia da parte della Bce sulla politica monetaria.

Social lending made in Italy, cosa dice il nuovo (?) regolamento

A un anno esatto dalla pubblicazione dei documenti di consultazione sulle Istruzioni di Vigilanza di Bankitalia, il social lending ne diventa parte integrante. Lo disciplinerà la sezione IX delle nuove norme sulla raccolta del risparmio da parte dei soggetti non bancari. Il testo delle Disposizioni è chiaro e sintetico, forse troppo.

Ma è una bella notizia, segnale che qualcosa comunque si muove. Considerando anche che parliamo di un’attività che trova i suoi fondamenti giuridici nel concetto di mutuo come è esplicitato nel codice civile, e che era ferma di fatto all’aggiornamento al 2007 della Circolare 229 del 21 aprile 1999, Titolo IX, Capitolo 2, nome tecnico delle Disposizioni di cui sopra. In cui non si citava esplicitamente il social lending ma se ne tracciava un profilo come qualcosa che non rientrava – e continua a non rientrare – nella categoria della raccolta di risparmio. Il nuovo testo sostituisce proprio questa normativa. La sezione IX si occupa di social lending, dandone innanzitutto una definizione, come “uno strumento attraverso il quale una pluralità di soggetti può richiedere a una pluralità di potenziali finanziatori, tramite piattaforme on-line, fondi rimborsabili per uso personale o per finanziare un progetto.”

Marketplace lending: cosa può insegnarci la lezione inglese

Da Londra, dove è nato dieci anni fa, si delineano i trend del prossimo futuro

Vale circa l’85% del mercato europeo, continua a correre (+99% nel 2015, quando ha mosso 1,490 miliardi di sterline) e, in occasione del suo decimo compleanno, sta riscrivendo nuovamente le regole del gioco: evolvendo in complessità e diversità. Stiamo parlando del p2p lending nel mercato in cui ha visto la luce per la prima volta, il Regno Unito. Che può guadagnare nuovi spazi anche in un contesto in cui la City sembra perdere la sua forza di capitale europea della finanza, con le banche internazionali pronte a lasciarla per paura che la Brexit impedisca loro di vendere servizi e prodotti liberamente nell’Ue. Per lo shadow banking che non ha confini e nessun passaporto, questo pericolo di restrizioni non esiste. E mentre in generale i finanziamenti bancari alle imprese perdono smalto, le piattaforme di p2p made in Britain erogano sempre più prestiti. Il peso del social lending alle pmi sul totale dei prestiti erogati in Gran Bretagna è del 3% e sale al 13% se lo sguardo si sposta alle piccolissime imprese, quelle sotto il milione di sterline di fatturato. In generale le piattaforme britanniche nel 2015 hanno finanziato 10mila imprese nei settori diversi dal real estate, con prestiti medi di 76.280 sterline originati da 347 prestatori in media. E hanno accolto appena il 22,7% delle richieste, segnale di una forte scrematura per selezionare solo i debitori più affidabili.

Funding Circle Sme Income: quanto rende il primo fondo quotato di p2p lending a un anno dal lancio

In Italia è affare per soli privati, mentre nel Regno Unito e nel resto d’Europa il marketplace lending è una risorsa accessibile anche a investitori istituzionali e qualificati che la rendono liquida e fanno massa critica. L’attuale impossibilità di investire per i professionali funziona da freno, nel nostro Paese, a uno sviluppo del mercato in base alle sue reali potenzialità.

Nel frattempo, nel Regno Unito, che possiede il più vasto e avanzato modello di Fintech al mondo, ha visto la luce il primo fondo quotato di p2p lending per le pmi. Approdato un anno fa sul London Stock Exchange, il Funding Circle SME Income ha raccolto in fase di collocamento 150 milioni di sterline (168 milioni di euro al cambio attuale) a una sterlina per quota.

BorsadelCredito.it a LendIt, dove si disegna il futuro della finanza alternativa

“In Europa la collaborazione tra banche e fintech è un fatto – dice il COO Antonio Lafiosca – in Italia invece il mercato è piccolo soprattutto a causa di normative troppo limitanti”

LendIt Europe è la conferenza londinese, a vocazione internazionale, dedicata alla finanza alternativa dove lo scorso 10 e 11 ottobre il mondo delle “piattaforme” si è dato appuntamento per una due giorni ricca di incontri, panel e speech. E dove, anno dopo anno, si costruisce il futuro della finanza alternativa. BorsadelCredito.it vi ha preso parte, è salita sul palco e ne è tornata con una serie di interessanti stimoli.