In un anno 50 miliardi in meno alle PMI da parte delle banche

Le imprese cambiano registro e cercano sempre più forme di credito alternative, dai minibond al P2P lending

La ripresa? Ne parlano tutti, confortati dai dati su PIL e produzione industriale in crescita, anche in Italia. Peccato ci sia ancora un anello dove la catena è spezzata: il trasferimento di questa ripresa all’economia reale. Gli ultimi numeri a testimoniarlo sono quelli del rapporto mensile sul credito realizzato dal Centro studi di Unimpresa, che elabora le rilevazioni di Bankitalia. Secondo cui non si ferma il credit crunch per le aziende italiane: i prestiti delle banche alle imprese, nel corso dell’ultimo anno, sono calati di quasi 50 miliardi di euro (-6,34%) nonostante l’aumento di 3 miliardi dei finanziamenti a medio termine. A pesare sul calo è la diminuzione di oltre 20 miliardi dei finanziamenti a breve e di 31 miliardi di quelli di lungo periodo.

In compenso, le rate non pagate sono in calo – ma questo non ha convinto le banche ad allargare le maglie del credito: nell’ultimo anno si è registrata una diminuzione di oltre 33 miliardi nelle sofferenze (-16,74%), passate da 200 miliardi a 167 miliardi.

La situazione non piace a Unimpresa, tanto che il vicepresidente Claudio Pucci parla della necessità di “rivedere i criteri con i quali le banche assegnano il credito alle micro, piccole e medie imprese. Gli attuali parametri, che sono il risultato di un lungo e farraginoso processo di regolamentazione, che ha prodotto restrizioni eccessive per gli istituti bancari, vanno rivisti profondamente. Un primo sforzo, a nostro avviso, dovrebbe arrivare da chi è dentro il sistema finanziario. Si tratta di valutare le richieste di prestiti, specie da parte delle aziende, entrando nel merito dei progetti presentati ed evitando di portare in delibera domande di credito sulla base dei semplici dati di bilancio. Informazioni, quelle contabili, che certamente non vanno né possono essere ignorate, ma vanno valutate in un mix più ampio.”

In attesa che i criteri cambino, però, le imprese non stanno certe ferme. E anche per sfruttare le opportunità offerte da un’economia sempre più solida, cercano di finanziarsi attraverso canali alternativi. Una possibilità è quella dei minibond: ovvero i titoli di debito che sono stati istituti nel 2012 in risposta alle difficoltà causate dalla crisi finanziaria.

Stando alle cifre contenute nella quarta edizione del Rapporto italiano sui mini-bond, presentato a febbraio dall’Osservatorio omonimo della School of Management del Politecnico di Milano, il valore nominale totale dei mini-bond è arrivato a superare in 5 anni i 16,9 miliardi di euro, 2,9 miliardi considerando solo le emissioni fatte da PMI (e 3,2 valutando esclusivamente quelle inferiori ai 50 milioni). Una cifra a cui il 2017 ha contribuito per 5,5 miliardi di euro, pari a 170 emissioni, 147 delle quali sotto i 50 milioni: l’apporto del 2016 era stato di “soli” 3,47 miliardi per 110 emissioni (94 sotto i 50 milioni). Sempre nel 2017 la raccolta effettuata dalle sole PMI è stata pari a 1,4 miliardi di euro.

La ricerca ha identificato 326 imprese che da novembre 2012 al 31 dicembre 2017 hanno collocato mini-bond in Italia, per un totale di 467 emissioni: solo lo scorso anno le emittenti sono state 137, 130 delle quali si sono affacciate sul mercato per la prima volta, con un significativo aumento rispetto all’anno precedente.

Mentre più adatto alle aziende di piccole dimensioni è il canale del FinTech. Mercato, quello delle piattaforme alternative, che ha ampi margini di crescita, come dimostrano le cifre e soprattutto i sempre più numerosi casi di successo.

Insomma, il vento sta cambiando, e per quanto le imprese dipendano per la gran parte ancora dai finanziamenti bancari (secondo Crif per l’85%), si guardano intorno. A ben vedere la richiesta di valutare le imprese secondo parametri più ampi di quelli semplicemente numerici, avanzata dal vicepresidente di Unimpresa, è qualcosa che le piattaforme come BorsadelCredito.it già fanno: selezionando le imprese finanziabili sulla base di criteri sia legati al bilancio sia qualitativi (come la riconoscibilità e la presenza sul web). Il marketplace lending si pone, proprio come i minibond, come un’alternativa al sistema bancario. In altre realtà come il Regno Unito sono in essere accordi tra banche e piattaforme per dirottare le aziende che non possono accedere al canale tradizionale verso quello alternativo del FinTech. In Italia, la strada è ancora lunga, ma lo spazio da riempire enorme: un dato che ci piace ricordare è il fabbisogno di 50 miliardi di credito da parte delle PMI, rilevato da Kpmg, che gli istituti di credito non possono soddisfare perché spezzettato in piccoli prestiti che non producono margine per gli operatori tradizionali. Il peer to peer lending italiano vale poco più di 100 milioni. Numeri che raccontano quanto abnorme sia il potenziale. Senza considerare che il FinTech offre alle PMI italiane la possibilità di bypassare i vincoli imposti alle banche dal credit crunch, garantendo velocità di risposta e disponibilità immediata del credito a breve termine. Con una velocità di esecuzione quantificabile in ore. Un vantaggio non di poco conto in questi tempi di profonda incertezza.

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