Ora Zopa, uno dei pionieri globali del P2P lending, vuole fare la banca…

Il FinTech è pronto a dare vita a un nuovo paradigma. E gli istituti di credito tradizionali, che nel frattempo non si stanno preparando per competere nel mercato attuale, che ruolo avranno?

In principio, la reazione delle banche fu di scontro. Poi, soprattutto in USA e Regno Unito, gli istituti di credito hanno iniziato a guardare con interesse al FinTech, attuando forme diverse di collaborazione. Oggi succede qualcosa di nuovo e inimmaginabile fino a solo un anno fa: Zopa, uno dei leader britannici del P2P lending per i privati, vuole diventare una banca. Anzi, la prima “banca della prossima generazione”. E per raggiungere il suo obiettivo ha finora raccolto 60 milioni di sterline di nuovo capitale (di cui 44 già ottenuti lo scorso agosto, mentre 16 milioni sono stati annunciati qualche giorno fa).

Non è del tutto una novità: la società ha iniziato a lavorare per ottenere la licenza bancaria già nel 2016 e il nuovo fund-raising arriva a supporto della tesi che il FinTech di Zopa sia un business fruttuoso. La società, che è una delle pioniere assolute del mercato, ha prestato 3,7 miliardi di sterline a circa mezzo milione di clienti nel Regno Unito. Ed è pronta a offrire nuovi prodotti e servizi, “in una gamma unica e più ampia”, come banca digitale: conti correnti, conti deposito e carte di credito, ma anche prodotti di risparmio gestito (come gli Ifisa, i PIR inglesi che, al contrario dei nostri, possono comprendere strumenti FinTech). E, ovviamente, il core business dei prestiti che sarà ampliato e approfondito in termini di gamma. Tutto sarà fruibile tramite app con modalità semplici e a tariffe fair.

Zopa è pronta per ridefinire l’industria finanziaria ancora una volta”, ha detto il CEO Cue Jaidev Janardana. Quasi un proclama che dovrebbe suonare minaccioso per le banche tradizionali, che, come dicevamo in apertura, avevano accolto l’ingresso sul mercato del credito di questi nuovi soggetti FinTech con grande diffidenza. Comprensibilmente: le piattaforme che proponevano servizi che un tempo erano appannaggio dei soli istituti di credito tradizionali, ma senza attese e in maniera disintermediata, avevano un valore aggiunto tangibile e inarrivabile, e dunque erano il nemico da combattere, divoratore di quote di mercato. D’altronde prima il 2008 con Lehman Brothers e poi il 2011 con la crisi del debito sovrano in Europa avevano portato a un credit crunch senza precedenti: le banche, di fatto, stavano progressivamente smettendo di erogare finanziamenti all’economia reale, per non compromettere i requisiti patrimoniali, sempre più stringenti, che venivano loro richiesti. Ma la domanda delle imprese, sempre più a corto di ossigeno per crescere, non era di certo sparita.

Inevitabile che in questo rapporto si inserisse un terzo soggetto. Quando l’onda FinTech, che si è propagata dal Regno Unito nel 2005, è diventata uno tsunami, gli istituti di credito hanno cambiato strategia, e hanno iniziato a guardare con interesse all’offerta del FinTech, provando a integrarla dentro la propria o attraverso acquisizioni dirette di startup del settore, o con accordi di collaborazione o joint venture. Fino al referral scheme, in vigore in Gran Bretagna dall’inizio del 2017, che prevede che ogni richiesta di finanziamento fatta da una PMI e non gestita da una banca, debba essere segnalata alle piattaforme che possono offrire un servizio alternativo.

Oggi, con la scelta strategica di Zopa il panorama cambia ancora. Il FinTech vuole entrare nel business proprio delle banche. E per queste ultime è clima da “le streghe son tornate!”. Ma le streghe non sono le piattaforme FinTech, bensì loro stesse: se non correranno ai ripari e non si adegueranno al nuovo mondo, continuando a offrire un servizio legato a logiche tradizionali, saranno destinate, inevitabilmente, a essere travolte dallo tsunami della disruption.

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